Svolta nell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Dopo oltre cinque ore di interrogatorio nel carcere di Rebibbia, Valter Lavitola avrebbe confermato davanti al gip di essere il mandante dell’attentato al giornalista. A riferirlo è stato il suo avvocato Sergio Cola, spiegando che il suo assistito avrebbe agito con l’obiettivo di tutelare l’incolumità di Ranucci e ottenere un innalzamento del livello della sua scorta.
La dichiarazione rappresenta un radicale cambio di posizione rispetto a quanto sostenuto dallo stesso Lavitola nelle settimane precedenti. La vicenda riguarda l’attentato avvenuto nell’ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia, per il quale la Procura di Roma aveva individuato nell’ex editore il presunto mandante.
L’interrogatorio e la confessione riferita dal legale
L’interrogatorio di garanzia si è svolto nel carcere romano di Rebibbia ed è durato circa cinque ore. Al termine, l’avvocato Sergio Cola ha incontrato i giornalisti e ha spiegato che Lavitola avrebbe confermato l’ipotesi accusatoria della Procura, riconoscendo di essere stato il mandante dell’attentato.
Una dichiarazione particolarmente significativa, arrivata dopo una lunga fase nella quale Lavitola aveva respinto ogni coinvolgimento nella vicenda.
Secondo quanto riferito dal suo difensore, però, l’obiettivo attribuito da Lavitola alla propria condotta sarebbe stato quello di proteggere Ranucci. Cola ha spiegato che il suo assistito avrebbe sostenuto di aver agito per tutelare l’incolumità del giornalista, che sarebbe stato destinatario di pericolosi tentativi di aggressione, e per favorire un innalzamento del livello della sua protezione.
La ricostruzione della difesa introduce quindi un elemento particolarmente rilevante sul movente. L’attentato, secondo questa versione, non sarebbe stato concepito con l’intenzione di colpire Ranucci, ma con l’obiettivo paradossale di aumentarne la sicurezza.
Il legale ha inoltre ribadito che Ranucci non sarebbe stato a conoscenza del piano. Un elemento che era già presente nell’ordinanza cautelare: il giornalista viene infatti descritto come vittima inconsapevole dell’iniziativa attribuita a Lavitola.
La posizione di Lavitola è cambiata radicalmente rispetto all’interrogatorio del luglio scorso. In quell’occasione si era avvalso della facoltà di non rispondere davanti ai pm, ma aveva reso dichiarazioni spontanee nelle quali negava il proprio coinvolgimento. Aveva sostenuto di non essere stato lui, di non sapere chi potesse essere stato e di non conoscere il movente dell’attentato.
Oggi, invece, secondo quanto riferito pubblicamente dal suo avvocato, avrebbe scelto di rispondere alle domande del gip e di riconoscere il proprio ruolo di mandante.
Il movente resta il punto centrale dell’inchiesta
La confessione riferita dalla difesa apre ora una questione particolarmente delicata: perché Lavitola avrebbe organizzato l’attentato?
La Procura e il gip, sulla base degli elementi raccolti nell’inchiesta, hanno delineato una ricostruzione diversa da quella illustrata oggi dal difensore. Secondo l’ordinanza cautelare, l’attentato sarebbe stato concepito per accrescere la popolarità di Ranucci e favorire i progetti politici che Lavitola avrebbe coltivato attorno al giornalista.
Nelle carte dell’inchiesta vengono citate anche conversazioni nelle quali Lavitola avrebbe prospettato a Ranucci un futuro in politica, arrivando a immaginare per lui un ruolo di vertice. Gli investigatori hanno collegato questi elementi alla possibile finalità dell’attentato.
Da una parte, quindi, c’è la ricostruzione investigativa secondo cui l’azione avrebbe dovuto contribuire a rafforzare la figura pubblica di Ranucci e favorirne un’eventuale ascesa politica. Dall’altra, nella versione riferita oggi dal suo avvocato, Lavitola avrebbe sostenuto di aver agito per proteggerlo da possibili aggressioni e per aumentare il livello della scorta.
Saranno ora gli inquirenti e il giudice a dover valutare questa versione alla luce degli altri elementi raccolti nel procedimento.
L’attentato risale alla notte del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia. L’esplosione provocò ingenti danni alle auto presenti e rappresentò una grave escalation rispetto alle minacce ricevute negli anni dal giornalista. Ranucci e i suoi familiari non rimasero feriti.
Lavitola è stato arrestato nei giorni scorsi nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma, che gli contesta il ruolo di presunto mandante dell’azione e anche l’aggravante del metodo mafioso. Nell’inchiesta compare inoltre Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come figura coinvolta nell’organizzazione dell’attentato e attualmente ricercato.
Al termine dell’interrogatorio, l’avvocato Cola ha inoltre annunciato l’intenzione della difesa di chiedere un’attenuazione della misura cautelare. Secondo il legale, esisterebbero i presupposti per ottenere una misura meno afflittiva, ma la decisione spetterà al giudice.
La giornata di oggi segna quindi una svolta nell’inchiesta: dopo aver negato ogni coinvolgimento, Lavitola avrebbe riconosciuto davanti al gip il proprio ruolo di mandante dell’attentato a Ranucci, secondo quanto riferito dal suo avvocato. Resta ora da chiarire quale peso avrà questa ammissione nel procedimento e, soprattutto, quale sarà la valutazione degli inquirenti sulla spiegazione fornita circa il movente.
Fonti
- Sky TG24 – Interrogatorio di garanzia e dichiarazioni dell’avvocato Sergio Cola.
- Adnkronos – Dichiarazioni del legale al termine dell’interrogatorio.
- Il Fatto Quotidiano – La confessione riferita dopo l’interrogatorio e il quadro dell’inchiesta.
- L’Espresso – Ricostruzione dell’ammissione e della versione fornita dalla difesa.
- ANSA – Il movente delineato dal gip e gli sviluppi dell’inchiesta.
- La Repubblica – Le conversazioni e il progetto politico attribuito a Lavitola.
- Sky TG24 – Le precedenti dichiarazioni di Lavitola del luglio 2026.



