Afghanistan, cinque anni di Talebani: dal ritiro americano al Paese senza voce

Il 15 agosto 2021 i Talebani entravano a Kabul e tornavano al potere dopo vent’anni di guerra. Il ritiro degli Stati Uniti, annunciato nell’aprile dello stesso anno e completato alla fine di agosto, segnò il crollo rapidissimo della Repubblica afghana. Da allora il Paese ha conosciuto una trasformazione profonda: in alcune zone è diminuita la violenza legata alla guerra, ma sono aumentate le restrizioni sulle donne, l’esclusione delle ragazze dall’istruzione, la censura, le detenzioni arbitrarie, le torture e le punizioni corporali. Cinque anni dopo, il regime cerca riconoscimento internazionale mentre gran parte della comunità internazionale continua a contestarne le politiche.

Dall’annuncio del ritiro alla caduta di Kabul

Per capire l’Afghanistan di oggi bisogna tornare alla primavera del 2021.

Il 14 aprile 2021 il presidente americano Joe Biden annunciò il ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan, dopo quasi vent’anni di presenza militare. La decisione arrivava dopo l’accordo raggiunto nel febbraio 2020 tra gli Stati Uniti e i Talebani, che prevedeva il progressivo ritiro delle forze straniere.

L’amministrazione Biden ereditava dunque un processo già avviato, ma decise di portarlo a termine. Il termine inizialmente indicato per il ritiro era l’11 settembre 2021, poi l’operazione venne anticipata.

Il problema emerse rapidamente: il sistema politico e militare costruito dagli Stati Uniti e dagli alleati occidentali si dimostrò molto più fragile di quanto le valutazioni ufficiali avessero lasciato intendere.

I Talebani avanzarono rapidamente attraverso il Paese. Le forze di sicurezza afghane, nonostante anni di addestramento e miliardi di dollari di investimenti internazionali, iniziarono a disgregarsi. Il 15 agosto 2021 i Talebani entrarono a Kabul e il presidente Ashraf Ghani lasciò il Paese.

Il governo sostenuto dall’Occidente collassò nel giro di pochi giorni.

L’ultimo militare statunitense lasciò l’Afghanistan il 30 agosto 2021. Durante il gigantesco ponte aereo organizzato dall’aeroporto di Kabul furono evacuate oltre 120.000 persone. Quei giorni furono segnati anche dall’attentato del 26 agosto all’Abbey Gate, rivendicato dall’ISIS-K, nel quale morirono 13 militari statunitensi e oltre 170 civili afghani.

Attribuire però l’intero crollo dell’Afghanistan al solo ritiro americano sarebbe una semplificazione.

Il sistema costruito negli anni precedenti presentava già profonde fragilità: dipendenza dal sostegno militare e logistico occidentale, corruzione, debolezza delle istituzioni, problemi di legittimità politica e una forza armata che aveva sviluppato una forte dipendenza dalle capacità statunitensi. Le analisi successive hanno evidenziato proprio questi elementi come alcune delle cause strutturali del rapido collasso del 2021.

Il ritiro fu quindi il momento decisivo che fece precipitare il sistema, ma non l’unica causa della sua debolezza.

E da quel momento iniziò un’altra storia.

Il ritorno del regime e la promessa di un nuovo Afghanistan

Quando tornarono a Kabul, i Talebani cercarono inizialmente di rassicurare la popolazione e la comunità internazionale.

Il movimento parlò di un’amnistia per gli ex funzionari e promise che i diritti delle donne sarebbero stati rispettati secondo la propria interpretazione della legge islamica.

La realtà che si è sviluppata nei cinque anni successivi è stata però molto diversa.

Le autorità talebane hanno progressivamente costruito un sistema nel quale il potere politico, religioso e giudiziario è fortemente concentrato nelle mani della leadership del movimento.

Le restrizioni non sono arrivate tutte contemporaneamente. Sono state introdotte progressivamente attraverso decreti, direttive e provvedimenti che hanno ridotto gli spazi di libertà nella società afghana.

Secondo UN Women, dal ritorno al potere dei Talebani sono stati adottati oltre 100 decreti e provvedimenti restrittivi che colpiscono direttamente donne e ragazze. Le Nazioni Unite descrivono la situazione come una delle più gravi crisi dei diritti delle donne al mondo.

Il fenomeno è particolarmente evidente nell’istruzione.

L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo nel quale alle ragazze e alle donne è formalmente impedito l’accesso all’istruzione secondaria e superiore. UNESCO stima che circa 2,4 milioni di ragazze siano escluse dalla scuola oltre il livello primario.

La chiusura delle scuole secondarie per le ragazze è stata seguita dal divieto di frequentare le università. Nel dicembre 2022 le autorità talebane hanno vietato alle donne l’accesso all’istruzione universitaria.

Non si tratta soltanto della perdita di un diritto individuale.

È una trasformazione che rischia di produrre conseguenze per un’intera generazione: meno istruzione significa meno possibilità di lavoro qualificato, meno indipendenza economica, meno professioniste nel sistema sanitario e nell’istruzione e, nel lungo periodo, una riduzione del capitale umano necessario alla ricostruzione del Paese.

Le donne: dall’esclusione dalla scuola alla cancellazione dalla vita pubblica

Il caso delle donne rappresenta probabilmente il cambiamento più evidente dell’Afghanistan post-2021.

Nel corso degli anni le autorità hanno imposto restrizioni sull’abbigliamento, sulla libertà di movimento, sull’accesso al lavoro, all’istruzione e a numerosi spazi pubblici.

Le donne sono state escluse da gran parte del mercato del lavoro e sono state introdotte ulteriori limitazioni alla loro presenza nella società.

Nel 2024 il regime ha inoltre formalizzato una normativa sulla cosiddetta “Promozione della virtù e prevenzione del vizio”, rafforzando il controllo sui comportamenti nella vita quotidiana e sui rapporti tra uomini e donne.

UN Women ha documentato una realtà nella quale molte donne hanno progressivamente ridotto la propria presenza fuori casa. In una rilevazione recente, più della metà delle donne intervistate ha dichiarato di uscire di casa soltanto una o due volte al mese.

Questa non è soltanto una questione di libertà individuale.

Ha conseguenze concrete anche sulla sanità. Un Paese nel quale le donne vengono escluse dall’istruzione e dal lavoro rischia di trovarsi con un numero sempre più ridotto di professioniste in settori fondamentali, proprio mentre una parte della popolazione femminile incontra ostacoli crescenti nell’accesso ai servizi.

Per questo l’ONU considera la condizione delle donne afghane uno degli aspetti più gravi della crisi attuale.

Il bavaglio all’informazione

La trasformazione non ha riguardato soltanto donne e ragazze.

Anche la libertà di informazione è stata fortemente ridimensionata.

Human Rights Watch documenta censura, arresti arbitrari, torture e intimidazioni nei confronti di giornalisti e attivisti. Centinaia di mezzi di comunicazione hanno chiuso e una parte consistente delle giornaliste ha perso il proprio lavoro. Molti giornalisti afghani hanno lasciato il Paese.

In un sistema nel quale il potere controlla ciò che può essere raccontato, il problema non riguarda soltanto i giornalisti.

Riguarda la possibilità stessa per una società di conoscere ciò che accade al proprio interno.

Quando un arresto non può essere raccontato, quando una protesta viene censurata, quando una violazione dei diritti non può essere documentata e quando chi prova a farlo rischia di essere arrestato, l’informazione smette progressivamente di essere uno strumento di controllo sul potere.

Ed è proprio questo uno degli elementi che rendono l’Afghanistan contemporaneo così difficile da leggere dall’esterno.

Le violenze e le atrocità: l’altra faccia del ritorno dei Talebani

Raccontare i cinque anni successivi al ritorno dei Talebani senza parlare delle violenze sarebbe però incompleto.

Nei mesi successivi alla conquista di Kabul sono emerse numerose denunce relative a uccisioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti, soprattutto nei confronti di ex membri delle forze di sicurezza e di persone legate al precedente governo.

Human Rights Watch documentò già nel novembre 2021 l’uccisione o la sparizione forzata di oltre 100 ex poliziotti e membri dei servizi di sicurezza in quattro province, nonostante l’amnistia annunciata dai Talebani. Un’altra indagine documentò 47 casi di esecuzioni sommarie o sparizioni forzate di ex membri delle forze di sicurezza tra il 15 agosto e il 31 ottobre 2021.

Anche le Nazioni Unite hanno documentato, nei mesi successivi alla presa del potere, casi di esecuzioni extragiudiziali, torture, arresti arbitrari e trattamenti inumani attribuiti alle autorità de facto.

Il fenomeno non appartiene soltanto alla fase immediatamente successiva alla conquista di Kabul.

Nel rapporto mondiale 2026, Human Rights Watch riferisce di nuove esecuzioni pubbliche e di centinaia di punizioni corporali documentate dall’ONU, comprese frustate pubbliche comminate per reati classificati dalle autorità come “morali”.

Nel 2026 le Nazioni Unite hanno inoltre espresso preoccupazione per il crescente ricorso alle punizioni corporali e per il sistema giudiziario utilizzato dalle autorità talebane.

Questi fatti vanno raccontati con precisione, ma anche con una distinzione necessaria.

Non tutta la violenza che ha colpito l’Afghanistan negli ultimi cinque anni è stata perpetrata dai Talebani.

L’ISIS-K, organizzazione jihadista rivale dei Talebani, ha continuato a compiere attentati, colpendo anche minoranze religiose, in particolare gli hazara sciiti. La sua attività terroristica costituisce una componente distinta della crisi di sicurezza afghana.

La distinzione è fondamentale: attribuire ogni attentato o ogni vittima ai Talebani sarebbe giornalisticamente scorretto.

Un paradosso: meno guerra, ma non necessariamente più libertà

È proprio qui che il racconto dell’Afghanistan diventa più complesso.

Dopo il 2021, in molte zone del Paese è diminuita la violenza legata alla guerra aperta tra le forze governative e i Talebani.

Anche alcune organizzazioni internazionali riconoscono che la riduzione del conflitto ha prodotto benefici concreti in termini di sicurezza quotidiana per una parte della popolazione.

Molti afghani oggi possono vivere in aree nelle quali non si combatte più come negli anni precedenti. I Talebani utilizzano proprio questo elemento per sostenere la propria narrazione: la fine dell’occupazione straniera, la fine della guerra e il ritorno dell’ordine.

Ma qui bisogna evitare un equivoco.

La sicurezza non è sinonimo di libertà.

Un Paese può essere più sicuro perché è terminata una guerra aperta e, contemporaneamente, essere meno libero perché il potere limita la possibilità di dissentire, studiare, lavorare, informare e partecipare alla vita pubblica.

È questa la contraddizione centrale dell’Afghanistan del 2026.

Un’economia che resiste, ma una popolazione che continua a soffrire

Anche sul piano economico il quadro è tutt’altro che semplice.

La Banca Mondiale ha rilevato segnali di crescita dell’economia afghana, ma ha sottolineato come questa crescita non si sia tradotta automaticamente in un miglioramento delle condizioni di vita.

L’Afghanistan continua ad affrontare disoccupazione, povertà, crisi alimentare, carenza di finanziamenti umanitari e il peso del ritorno di milioni di cittadini dai Paesi confinanti.

La situazione è stata ulteriormente aggravata da siccità, terremoti e altre emergenze. Reuters riferisce che, rispetto al 2021, milioni di persone in più necessitano oggi di assistenza umanitaria.

Il risultato è un Paese nel quale il governo può rivendicare una maggiore stabilità territoriale, mentre una parte enorme della popolazione continua a vivere in condizioni economiche estremamente fragili.

Il paradosso geopolitico: il mondo torna a parlare con i Talebani

E poi c’è la questione internazionale.

Nel 2021 il ritorno dei Talebani sembrò riportare l’Afghanistan verso un isolamento quasi totale.

Cinque anni dopo, la situazione è cambiata.

Diversi Paesi hanno intensificato i rapporti diplomatici e i contatti con Kabul. La Russia è diventata nel luglio 2025 il primo Paese a riconoscere formalmente il governo talebano, mentre Cina, India, Iran, Turchia, Arabia Saudita e diversi Stati dell’Asia centrale hanno mantenuto o rafforzato i rapporti diplomatici con il regime.

La ragione non è necessariamente un’approvazione delle politiche talebane.

È la realpolitik.

L’Afghanistan occupa una posizione strategica tra Asia centrale, Pakistan, Iran e Cina. È importante per la sicurezza regionale, per i flussi migratori, per la lotta al terrorismo, per le rotte commerciali e per le risorse del sottosuolo.

Per questo diversi governi hanno scelto di mantenere un canale con Kabul anche senza riconoscere pienamente il regime.

Ed è qui che nasce una delle questioni più delicate del 2026:

quanto può spingersi il dialogo con un governo che continua a negare diritti fondamentali a metà della propria popolazione?

Le Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno messo in guardia dal rischio che una progressiva normalizzazione diplomatica possa trasformarsi in una legittimazione politica senza un reale miglioramento delle condizioni delle donne e dei diritti umani.

Cinque anni dopo: che cosa è rimasto dell’Afghanistan del 2021?

Il 15 agosto 2021 rappresentò la fine di un’epoca.

Ma sarebbe sbagliato raccontare quel momento come se tutto ciò che era accaduto prima fosse stato positivo e tutto ciò che è venuto dopo fosse esclusivamente negativo.

L’Afghanistan del 2021 era già un Paese devastato da decenni di guerra, terrorismo, povertà, corruzione e instabilità politica.

Il sistema sostenuto dall’Occidente aveva ottenuto risultati importanti in alcuni settori, tra cui l’accesso all’istruzione, soprattutto per le ragazze, la crescita di parte della società civile e la presenza di un sistema mediatico molto più pluralista rispetto al passato. Ma era anche un sistema profondamente dipendente dal sostegno internazionale e incapace di reggersi autonomamente quando quel sostegno venne meno.

Il ritiro americano non cancellò quindi un modello perfetto.

Fece però crollare un sistema che non era riuscito a diventare realmente autonomo.

E ciò che venne dopo non fu semplicemente un ritorno al passato.

Fu la costruzione di un nuovo sistema talebano, nel quale il controllo della società è diventato uno strumento politico.

La riflessione: quando la fine della guerra non coincide con la libertà

Cinque anni dopo, forse la lezione più difficile dell’Afghanistan è proprio questa.

Una guerra può finire senza che arrivi automaticamente la pace.

Un esercito straniero può ritirarsi senza che nasca immediatamente uno Stato stabile.

E un Paese può diventare più sicuro sotto il profilo della violenza armata senza diventare più libero.

L’Afghanistan contemporaneo rappresenta una delle dimostrazioni più evidenti di questa contraddizione.

I Talebani possono rivendicare la fine dell’occupazione straniera, la riconquista della sovranità e una maggiore sicurezza interna. E questi elementi fanno parte della realtà che va raccontata.

Ma fanno parte della realtà anche le ragazze escluse dalle scuole superiori e dalle università, le donne estromesse da una parte della vita lavorativa e pubblica, i giornalisti sottoposti a censura, gli oppositori arrestati, le torture documentate, le esecuzioni e le punizioni corporali.

Non sono due Afghanistan diversi.

Sono due facce dello stesso Afghanistan.

Ed è proprio per questo che raccontare oggi ciò che è accaduto dopo il 15 agosto 2021 non significa scegliere una parte politica.

Significa guardare ai fatti.

Il ritiro americano può essere giudicato strategicamente, politicamente e militarmente. Le responsabilità del collasso possono essere discusse e attribuite a decisioni prese nell’arco di vent’anni.

Ma cinque anni dopo c’è un dato che non può essere ignorato: il ritorno dei Talebani ha prodotto una trasformazione radicale della società afghana e ha ristretto drasticamente lo spazio delle libertà individuali, soprattutto per donne e ragazze.

E mentre il mondo torna lentamente a dialogare con Kabul per necessità geopolitiche, la domanda rimane aperta:

quanto può durare un equilibrio nel quale la stabilità di un Paese viene perseguita al prezzo della libertà di una parte così grande della sua popolazione?

È questa, forse, la vera storia dell’Afghanistan cinque anni dopo la caduta di Kabul.

Fonti

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