Editoriale
La Camera dei deputati ha deciso, con voto segreto, di negare alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire le chat di Andrea Delmastro richieste nell’ambito di un’indagine. Una decisione assunta nell’esercizio di una prerogativa prevista dall’ordinamento parlamentare, ma che ha immediatamente acceso il dibattito politico e istituzionale.
Dal punto di vista formale, il Parlamento ha esercitato un potere che la legge gli riconosce. Dal punto di vista sostanziale, però, resta una domanda che molti cittadini si stanno ponendo: questa scelta rafforza o indebolisce la fiducia nelle istituzioni?
Ed è proprio qui che nasce la riflessione.
La politica, in una democrazia, non nasce per essere un luogo separato dai cittadini. Nasce per rappresentarli. Chi riceve un mandato pubblico non diventa proprietario del potere, ma ne è soltanto il custode, con il dovere di esercitarlo nell’interesse della collettività.
Il potere, in una democrazia, non è un privilegio. È un prestito. I cittadini lo affidano temporaneamente ai loro rappresentanti con l’aspettativa che venga esercitato nell’interesse collettivo e nel rispetto delle stesse regole che valgono per tutti. Quando una decisione istituzionale dà anche solo l’impressione di creare una distanza tra chi governa e chi è governato, quella fiducia inevitabilmente si incrina.
Per questo motivo, ogni decisione che rischia di far apparire la politica come un mondo con regole diverse rispetto a quelle che valgono per tutti gli altri merita una riflessione profonda.
Nessuno chiede processi mediatici. Nessuno chiede condanne anticipate. La presunzione di innocenza è un principio fondamentale dello Stato di diritto e deve valere per chiunque.
Ma un conto è la colpevolezza. Un altro è la trasparenza.
La richiesta della Procura riguardava la possibilità di acquisire elementi ritenuti utili per un’indagine. La Camera ha ritenuto di non autorizzarla. È una decisione legittima sotto il profilo istituzionale, ma è altrettanto legittimo interrogarsi sul messaggio che essa trasmette ai cittadini.
Vale la pena ricordare anche il contesto in cui si inseriva quella richiesta della Procura. L’acquisizione delle chat era stata chiesta nell’ambito di un’indagine sul riciclaggio collegata al clan Senese, un elemento che ha contribuito ad alimentare il dibattito pubblico. Nessuno può sostenere che il voto della Camera equivalga a un ostacolo alla lotta contro la criminalità organizzata. Sarebbe un’affermazione che non trova riscontro nei fatti. Ma proprio perché la politica rivendica da sempre, e legittimamente, il proprio impegno contro mafie e camorra, è altrettanto legittimo chiedersi se, in una vicenda di questo tipo, la scelta più convincente per rafforzare la fiducia dei cittadini non sarebbe stata quella di consentire agli inquirenti di svolgere fino in fondo il proprio lavoro, nel pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge.
È inevitabile che qualcuno si chieda: se una richiesta analoga avesse riguardato un imprenditore, un professionista o un qualsiasi altro cittadino, il percorso sarebbe stato lo stesso?
Non è una domanda che mette in discussione la legalità della decisione parlamentare. È una domanda che riguarda la percezione dell’uguaglianza davanti alla legge.
La fiducia nelle istituzioni non si costruisce soltanto rispettando le norme. Si costruisce anche dimostrando che chi esercita funzioni pubbliche è disposto ad accettare il massimo livello di trasparenza, proprio perché rappresenta lo Stato.
Le istituzioni non dovrebbero chiedere ai cittadini di fidarsi. Dovrebbero comportarsi in modo tale da meritare quella fiducia. La trasparenza non è una concessione. È il prezzo dell’autorevolezza.
Negli ultimi anni la distanza tra cittadini e politica è diventata sempre più evidente. L’astensionismo cresce, la sfiducia aumenta e il sentimento diffuso è quello di una classe dirigente spesso percepita come lontana dalla vita quotidiana delle persone.
Ogni decisione che può essere interpretata come una limitazione della trasparenza, indipendentemente dalle ragioni che la sorreggono, rischia di alimentare ulteriormente quella distanza. Ed è proprio questa percezione che dovrebbe preoccupare chi rappresenta le istituzioni.
La democrazia non vive soltanto di regole. Vive di credibilità.
E la credibilità si conquista quando le istituzioni dimostrano di non avere nulla da temere dalla trasparenza.
Perché la politica non dovrebbe mai limitarsi a rispettare la legge.
Dovrebbe sempre cercare di meritare la fiducia di chi quella legge è chiamata a rispettarla ogni giorno.
Forse il punto non è stabilire chi abbia ragione in questa vicenda. Il punto è ricordare che in una Repubblica non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B. Chi rappresenta lo Stato dovrebbe essere il primo a dimostrare, con i fatti, che il principio di uguaglianza davanti alla legge non è soltanto scritto nella Costituzione, ma vive nelle scelte quotidiane delle istituzioni. Perché la democrazia non si indebolisce quando la politica accetta di essere trasparente. Si indebolisce quando una parte dei cittadini inizia a pensare che la trasparenza valga soprattutto per gli altri.



