Yemen, gli Houthi stringono la presa sul Mar Rosso: l’Arabia Saudita ferma un oleodotto strategico

Foto: Rana Jalal, Wikimedia Commons, licenza CC BY 4.0.

La crisi in Medio Oriente continua ad allargarsi e coinvolge sempre più direttamente le rotte commerciali, le infrastrutture energetiche e gli equilibri geopolitici internazionali.

Nelle ultime ore, gli Houthi, il movimento armato yemenita sostenuto dall’Iran, hanno conquistato o consolidato il controllo di importanti posizioni lungo la costa occidentale dello Yemen, compresa l’isola strategica di Mayun, conosciuta anche come Perim, situata all’ingresso meridionale del Mar Rosso.

Contemporaneamente, l’Arabia Saudita ha sospeso temporaneamente il funzionamento del suo oleodotto East-West, conosciuto anche come Petroline, dopo una serie di attacchi con droni che Riyadh e Baghdad hanno indicato come partiti dal territorio iracheno.

I due episodi non risultano necessariamente parte della stessa operazione militare, ma si inseriscono nello stesso quadro di escalation regionale. Il risultato è un aumento dei rischi per la navigazione, per le esportazioni di petrolio e per il commercio internazionale.

Gli Houthi avanzano lungo la costa occidentale dello Yemen

Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ultime ore, le forze Houthi avrebbero compiuto una rapida avanzata contro le forze governative yemenite sostenute dall’Arabia Saudita, conquistando posizioni di grande importanza lungo il Mar Rosso.

Tra le aree coinvolte vengono citate la città portuale di Mocha, l’isola di Mayun o Perim e gli arcipelaghi di Zuqar e Hanish. Le fonti internazionali parlano di una delle più significative espansioni territoriali degli Houthi degli ultimi anni, soprattutto per il valore strategico delle località occupate.

Il movimento armato avrebbe così rafforzato la propria presenza nella parte meridionale della costa yemenita, avvicinandosi a uno dei principali corridoi marittimi utilizzati dalle navi dirette verso il Canale di Suez.

Le informazioni sulla portata esatta del controllo territoriale arrivano però in parte da dichiarazioni Houthi, da fonti vicine al governo yemenita e da ricostruzioni internazionali. Per questo è più corretto parlare di avanzata e consolidamento delle posizioni strategiche, evitando di presentare ogni dettaglio operativo come definitivamente verificato sul campo.

Mayun, l’isola strategica all’ingresso del Mar Rosso

L’isola di Mayun, chiamata anche Perim, si trova all’interno dello stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio marittimo che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.

La sua posizione è particolarmente importante perché si trova vicino a una delle principali vie di comunicazione tra Asia, Medio Oriente ed Europa. Attraverso questa zona transitano navi portacontainer, petroliere e imbarcazioni che trasportano materie prime e prodotti destinati ai mercati internazionali.

Il controllo di Mayun non significa automaticamente che ogni nave sia impossibilitata a transitare. Tuttavia, consente agli Houthi di aumentare la pressione militare e politica su una zona già esposta ad attacchi, minacce e deviazioni delle rotte.

La conquista dell’isola, insieme all’avanzata verso Mocha e alle altre posizioni costiere, rafforza la capacità degli Houthi di minacciare il traffico marittimo nella parte meridionale del Mar Rosso.

Che cos’è Bab el-Mandeb e perché è fondamentale

Bab el-Mandeb è uno stretto situato tra lo Yemen, Gibuti e il Corno d’Africa. Rappresenta un passaggio essenziale per le navi che collegano il Mar Rosso con il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano.

Attraverso questa rotta passano grandi quantità di merci, petrolio, gas e prodotti industriali. Il suo valore è legato soprattutto al collegamento con il Canale di Suez, che permette alle navi di raggiungere il Mediterraneo e l’Europa senza dover circumnavigare l’Africa.

Quando la navigazione attraverso Bab el-Mandeb diventa troppo rischiosa, molte compagnie possono decidere di deviare le navi verso il Capo di Buona Speranza. Una scelta di questo tipo comporta un aumento significativo dei tempi di viaggio, dei consumi di carburante, dei costi assicurativi e dei noli marittimi.

È importante, però, non confondere il controllo delle aree circostanti con una chiusura totale e formalmente riconosciuta dello stretto. La situazione è estremamente instabile, ma non è corretto affermare automaticamente che Bab el-Mandeb sia completamente chiuso a tutto il traffico.

Il dato più concreto è che il rischio per la navigazione è aumentato e che le compagnie potrebbero scegliere di evitare la zona anche in assenza di un blocco assoluto.

La minaccia alle navi saudite

Gli Houthi avrebbero dichiarato che la navigazione nel Mar Rosso potrebbe continuare, ma con possibili limitazioni rivolte soprattutto alle navi saudite.

Se confermata, si tratterebbe di una minaccia mirata contro gli interessi dell’Arabia Saudita e non necessariamente di un blocco generale contro tutte le compagnie marittime.

Anche una minaccia selettiva, però, può produrre conseguenze più ampie. Le compagnie di navigazione, infatti, tendono a evitare le aree considerate ad alto rischio per ridurre la possibilità di attacchi, sequestri o danneggiamenti.

Questo potrebbe provocare deviazioni delle rotte, tempi di consegna più lunghi, maggiore consumo di carburante, aumento dei premi assicurativi e rincari dei trasporti.

L’Arabia Saudita sospende l’oleodotto East-West

A rendere ancora più delicata la situazione è la sospensione temporanea dell’oleodotto saudita East-West, conosciuto anche come Petroline.

La condotta attraversa la penisola arabica e collega le aree petrolifere orientali dell’Arabia Saudita con il terminale di Yanbu, sul Mar Rosso.

La sua funzione strategica è permettere a Riyadh di esportare petrolio verso il Mar Rosso senza dover dipendere completamente dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz.

Secondo le autorità saudite, l’oleodotto è stato colpito da diversi droni nelle regioni di Riyadh e Medina. Gli attacchi avrebbero provocato feriti e danni alle infrastrutture, spingendo il ministero dell’Energia a sospendere temporaneamente il funzionamento della condotta come misura precauzionale.

L’oleodotto è lungo circa 1.200 chilometri e, secondo le stime riportate da Reuters, negli ultimi mesi avrebbe trasportato tra i 4 e i 5 milioni di barili di petrolio al giorno. Si tratta di una quantità equivalente a circa il 4-5% dell’offerta petrolifera globale.

La sua chiusura non significa necessariamente che tutto il petrolio saudita sia stato bloccato, ma riduce una delle principali alternative utilizzate dal regno per aggirare le difficoltà nello Stretto di Hormuz.

Gli attacchi con droni sarebbero partiti dall’Iraq

Le autorità saudite hanno affermato che gli attacchi contro l’oleodotto East-West sarebbero stati condotti con droni provenienti dal territorio iracheno.

Il governo di Baghdad ha confermato che gli apparecchi sarebbero partiti dalla provincia di Maysan, nel sud-est dell’Iraq, una zona vicina al confine con l’Iran e caratterizzata dalla presenza di gruppi armati sostenuti da Teheran.

Questo elemento non permette però di attribuire automaticamente l’attacco a una specifica organizzazione. Le indagini sono ancora in corso e la responsabilità diretta dei raid non è stata definitivamente chiarita.

Il primo ministro iracheno avrebbe ordinato un’inchiesta e disposto la rimozione del comandante delle operazioni militari nella provincia di Maysan. Baghdad avrebbe inoltre adottato nuove misure di sicurezza per impedire ulteriori attacchi partiti dal proprio territorio.

L’Arabia Saudita, almeno per il momento, avrebbe scelto di non procedere con una ritorsione militare immediata, dando alle autorità irachene la possibilità di intervenire contro i responsabili.

La responsabilità degli attacchi all’oleodotto non deve quindi essere confusa con l’avanzata degli Houthi nello Yemen. Gli episodi fanno parte dello stesso clima di escalation regionale, ma non è dimostrato che siano stati realizzati dalla stessa struttura operativa.

Un’infrastruttura fondamentale per aggirare lo Stretto di Hormuz

L’oleodotto East-West è diventato ancora più importante a causa delle difficoltà nello Stretto di Hormuz, un altro passaggio decisivo per il commercio mondiale del petrolio.

Lo stretto collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mar Arabico. Attraverso questo corridoio transitano enormi quantità di greggio e gas naturale liquefatto.

Quando il traffico nello stretto viene ostacolato dalla guerra o dalle minacce militari, l’Arabia Saudita può utilizzare l’oleodotto East-West per trasportare il petrolio verso Yanbu e quindi verso il Mar Rosso.

La sospensione della condotta riduce una delle principali alternative disponibili per Riyadh proprio mentre anche Bab el-Mandeb è sottoposto a una crescente pressione militare.

Il punto più delicato della crisi è proprio questo: l’Arabia Saudita si trova a dover proteggere contemporaneamente le proprie infrastrutture terrestri e le rotte marittime utilizzate per esportare il petrolio.

Il prezzo del petrolio torna sopra i 100 dollari

Le tensioni sulle rotte energetiche hanno contribuito a spingere nuovamente il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile.

Il mercato non reagisce soltanto alla quantità di petrolio effettivamente rimossa dalla circolazione, ma anche al rischio che nuove infrastrutture vengano colpite, che le esportazioni saudite subiscano rallentamenti e che le petroliere siano costrette a evitare il Mar Rosso o lo Stretto di Hormuz.

Un aumento del prezzo del greggio può esercitare pressione sui carburanti, sui trasporti e su numerosi prodotti di uso quotidiano. Non significa, però, che la benzina aumenterà automaticamente e nello stesso momento in tutti i Paesi.

Il prezzo alla pompa dipende anche dal cambio euro-dollaro, dalle accise, dall’IVA, dai margini dei distributori e dai tempi con cui le variazioni delle quotazioni internazionali vengono trasferite ai consumatori.

La situazione resta comunque delicata perché il mercato energetico sta affrontando contemporaneamente più fattori di rischio.

Le conseguenze per il commercio internazionale

Il rischio per il commercio globale riguarda soprattutto la possibilità che le compagnie siano costrette a scegliere rotte più lunghe e costose.

Una nave che evita il Mar Rosso e il Canale di Suez può essere costretta a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza. Questo comporta più giorni di navigazione, maggiore consumo di carburante, costi aggiuntivi per equipaggio e manutenzione, premi assicurativi più elevati e possibili ritardi nelle consegne.

Le conseguenze potrebbero interessare anche l’Europa, soprattutto per quanto riguarda i prodotti trasportati via mare dall’Asia. Un prolungamento della crisi potrebbe incidere sui noli marittimi, sulla disponibilità di alcune merci e sui tempi di rifornimento delle aziende.

L’effetto non è necessariamente immediato e uniforme, ma più a lungo resteranno esposte le rotte del Mar Rosso, maggiore sarà la pressione sulle catene globali di approvvigionamento.

La crisi umanitaria nello Yemen

L’offensiva Houthi ha anche conseguenze dirette sulla popolazione civile.

Le ricostruzioni diffuse nelle ultime ore parlano di oltre 46.000 persone costrette a lasciare le proprie abitazioni, con alcune stime vicine alle 50.000. Gli sfollati provengono soprattutto dalle aree interessate dai combattimenti lungo la costa occidentale, comprese zone dei governatorati di Taiz e Hodeidah.

Molte famiglie sarebbero state costrette a fuggire più volte, in un Paese già segnato da anni di guerra, povertà e carenza di aiuti umanitari.

Le persone in fuga devono affrontare la mancanza di cibo, acqua, ripari e assistenza medica. In alcune zone, inoltre, le strade sono diventate difficili da percorrere e le comunicazioni risultano compromesse.

La nuova offensiva rischia quindi di aggravare una delle crisi umanitarie più gravi del mondo e di compromettere ulteriormente la fragile tregua raggiunta negli ultimi anni.

Il rischio di una nuova escalation regionale

L’avanzata degli Houthi avviene in un momento in cui la regione è già attraversata da tensioni tra Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti e altri attori del Medio Oriente.

Gli Houthi sono considerati alleati dell’Iran e fanno parte della rete regionale di gruppi armati sostenuti da Teheran. Il loro rafforzamento lungo il Mar Rosso rappresenta quindi anche un aumento dell’influenza iraniana su una rotta commerciale strategica.

L’Arabia Saudita si trova davanti a una situazione complessa. Una risposta militare diretta potrebbe provocare una nuova escalation, mentre una reazione limitata rischierebbe di permettere agli Houthi di consolidare le proprie posizioni.

Secondo le ricostruzioni internazionali, Riyadh avrebbe chiesto sostegno militare agli Stati Uniti. Washington, almeno per il momento, non avrebbe dato disponibilità a un nuovo intervento diretto nello Yemen, ma avrebbe offerto collaborazione sul piano dell’intelligence e dell’individuazione degli obiettivi.

La prudenza americana potrebbe essere legata al timore che un nuovo intervento allarghi ulteriormente il conflitto e coinvolga altri gruppi armati presenti nella regione.

L’Arabia Saudita valuta le possibili contromisure

Riyadh deve ora valutare come proteggere le proprie infrastrutture e le rotte di esportazione senza aprire un ulteriore fronte di guerra.

Tra le ipotesi ci sono il rafforzamento della protezione militare dell’oleodotto, l’aumento della presenza navale nel Mar Rosso, una maggiore collaborazione con gli Stati Uniti e con gli altri alleati regionali e nuove pressioni diplomatiche sul governo iracheno.

Non è esclusa nemmeno una risposta contro le milizie ritenute responsabili degli attacchi partiti dall’Iraq. Una simile decisione, però, potrebbe provocare una reazione a catena e coinvolgere direttamente l’Iran.

Per questo l’Arabia Saudita sembra intenzionata, almeno in questa fase, a lasciare spazio alle indagini irachene, mantenendo comunque aperta la possibilità di intervenire per proteggere la propria sicurezza.

Cosa può succedere adesso

Le prossime ore saranno decisive per capire se gli Houthi riusciranno a consolidare il controllo delle aree costiere e delle isole strategiche, se le minacce contro le navi saudite si tradurranno in nuovi attacchi e se l’oleodotto East-West tornerà rapidamente operativo.

Sarà inoltre importante verificare quale sarà la risposta dell’Iraq, se l’Arabia Saudita deciderà di reagire militarmente e se gli Stati Uniti aumenteranno il proprio coinvolgimento.

Un altro elemento da seguire sarà il comportamento delle compagnie di navigazione. Se molte di esse continueranno a evitare il Mar Rosso, i costi del trasporto potrebbero aumentare ulteriormente e le conseguenze potrebbero riflettersi sui mercati europei.

Anche l’andamento del petrolio resterà centrale. Se la crisi dovesse coinvolgere altre infrastrutture energetiche o rendere ancora più difficile il passaggio attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb, il mercato potrebbe subire nuove pressioni.

Una crisi che riguarda tutto il mondo

Gli sviluppi nello Yemen mostrano come il conflitto non possa più essere considerato soltanto una guerra interna.

L’avanzata Houthi lungo la costa del Mar Rosso, la pressione su Bab el-Mandeb, gli attacchi contro l’oleodotto saudita e le difficoltà nello Stretto di Hormuz fanno parte di una crisi più ampia, con conseguenze sulla sicurezza del Medio Oriente, sulla rivalità tra Iran e Arabia Saudita, sul ruolo degli Stati Uniti, sul commercio marittimo e sui prezzi dell’energia.

Il punto centrale non è affermare che Bab el-Mandeb sia stato completamente chiuso. Il dato più prudente e verificabile è che il rischio per la navigazione è aumentato, mentre l’Arabia Saudita ha perso temporaneamente una delle principali infrastrutture utilizzate per aggirare le difficoltà dello Stretto di Hormuz.

La crisi del Mar Rosso è quindi diventata anche una crisi energetica e commerciale internazionale. E se gli attori coinvolti non riusciranno a contenere rapidamente l’escalation, le conseguenze potrebbero andare ben oltre i confini dello Yemen e della penisola arabica.

Fonti

Reuters, Associated Press, The Guardian, Al Jazeera, ABC News, Saudi Press Agency e Indian Express.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto