Un ragazzo di appena 13 anni, uno spray urticante, un coltello e una telecamera. Sono questi gli elementi al centro dell’aggressione avvenuta questa mattina in una scuola media di Roma, dove una professoressa è stata ferita durante l’orario scolastico.
Secondo le prime ricostruzioni, il giovane avrebbe tentato di filmare l’aggressione attraverso una videochiamata o una diretta collegata a Telegram. A interrompere l’attacco sarebbe stato un compagno di classe. La docente è stata soccorsa e trasportata in ospedale, ma non sarebbe in pericolo di vita.
Il caso presenta alcune analogie con l’aggressione avvenuta pochi mesi fa nel Bergamasco, dove un altro tredicenne aveva filmato l’attacco alla propria insegnante e lo aveva trasmesso attraverso un canale Telegram.
Due episodi distinti, sui quali non è stato dimostrato un collegamento diretto, ma che riaprono una domanda inquietante: che ruolo stanno assumendo i social e i gruppi online nella violenza tra adolescenti?
Roma, l’aggressione alla professoressa: spray, coltello e una telecamera sul caschetto
L’episodio è avvenuto nella mattina di venerdì 18 settembre 2026 all’istituto comprensivo Giovanni Verga, nella zona est di Roma.
Secondo le prime informazioni riportate da diverse testate, uno studente di 13 anni avrebbe spruzzato dello spray urticante sul volto di una professoressa e successivamente l’avrebbe colpita con un coltello. La docente è stata soccorsa e trasportata in ospedale in codice giallo. Le sue condizioni, secondo le informazioni diffuse nelle prime ore, non sarebbero gravi.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno avviato gli accertamenti sulla dinamica e sulle motivazioni del gesto. Il ragazzo è stato accompagnato in caserma insieme ai familiari, mentre il cellulare è stato sequestrato per verificare i contenuti presenti sul dispositivo e i contatti avuti prima dell’aggressione.
Uno degli elementi più importanti riguarda il comportamento di un compagno di classe. Secondo le ricostruzioni, sarebbe stato proprio un altro studente a intervenire e a fermare l’attacco, evitando che la situazione potesse degenerare ulteriormente.
L’intervento del compagno rappresenta un dettaglio importante anche dal punto di vista umano: in pochi secondi, una situazione potenzialmente drammatica sarebbe stata interrotta grazie alla reazione di un altro ragazzo presente nell’aula o nei suoi pressi.
La telecamera sul caschetto e il tentativo di trasmettere l’aggressione su Telegram
Il dettaglio che rende il caso particolarmente delicato è la presenza di una componente tecnologica.
Secondo le prime informazioni, il 13enne avrebbe avuto con sé un cellulare collegato a Telegram e avrebbe tentato di filmare la scena attraverso una videochiamata o una diretta. Alcune ricostruzioni riferiscono inoltre della presenza di una telecamera montata su un caschetto, utilizzata per riprendere ciò che stava accadendo.
Il telefono è stato sequestrato proprio per chiarire se la diretta sia effettivamente partita, se si sia trattato di una videochiamata privata oppure di una registrazione destinata a essere pubblicata in un secondo momento.
Non è ancora possibile stabilire con certezza chi fosse eventualmente collegato, quale fosse il gruppo di riferimento e se altre persone abbiano assistito alla scena in tempo reale. Questi aspetti dovranno essere verificati attraverso l’analisi del dispositivo e dei contatti online del ragazzo.
Il fatto che l’aggressione potesse essere filmata introduce però un elemento ulteriore rispetto alla semplice violenza scolastica. L’azione potrebbe essere stata pensata anche per essere vista da altre persone, trasformando un episodio reale in un contenuto destinato a un pubblico digitale.
Le testimonianze riferite da Ore 14 e il possibile movente del debito scolastico
Nel corso della trasmissione Ore 14 sono state riferite alcune testimonianze raccolte da un’inviata all’esterno dell’istituto scolastico.
Secondo quanto raccontato durante il programma, alcuni studenti avrebbero descritto il 13enne come un ragazzo normale, tranquillo e senza particolari atteggiamenti che lasciassero prevedere un gesto simile.
Le stesse testimonianze avrebbero fatto riferimento a un possibile rancore maturato nei confronti della professoressa a causa di un debito scolastico ricevuto l’anno precedente in una materia.
Questo elemento, se confermato dagli investigatori, potrebbe contribuire a ricostruire il contesto personale dell’aggressione. Al momento, però, il presunto movente deve essere presentato come una ricostruzione riferita da alcuni studenti e non come un fatto definitivamente accertato.
Sarà necessario capire se il ragazzo avesse manifestato in precedenza un sentimento di odio verso l’insegnante, se vi fossero stati contrasti durante l’anno scolastico e se il debito rappresentasse un episodio isolato oppure il punto di partenza di un rancore più ampio.
Durante la stessa trasmissione sarebbe inoltre filtrata l’ipotesi che il ragazzo volesse emulare il caso avvenuto nel Bergamasco, dove un altro tredicenne aveva filmato l’aggressione alla propria professoressa e l’aveva trasmessa su Telegram.
Anche questo aspetto deve essere trattato con prudenza. Al momento si può parlare di una possibile pista investigativa, ma non di un’emulazione già dimostrata. Per confermarla sarebbero necessari messaggi, ricerche online, dichiarazioni del ragazzo o altri elementi contenuti nel telefono sequestrato.
Il precedente di Bergamo: un altro tredicenne filmò l’aggressione alla docente
Il confronto con Roma porta inevitabilmente a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo.
Il 25 marzo 2026, in una scuola media del paese, un ragazzo di 13 anni aggredì la professoressa di francese Chiara Mocchi, colpendola con un coltello al collo e all’addome. La docente fu trasportata in ospedale e sottoposta a cure urgenti.
Secondo le ricostruzioni pubblicate da ANSA, RaiNews, Corriere della Sera e altre testate, il ragazzo avrebbe filmato l’aggressione con il cellulare e trasmesso le immagini attraverso un canale Telegram privato.
Il giovane indossava una maglietta con la scritta “Vendetta” e, secondo le ricostruzioni giornalistiche, avrebbe preparato il gesto anche attraverso messaggi pubblicati prima dell’attacco. Gli investigatori si concentrarono quindi non soltanto sull’aggressione, ma anche sui contenuti online, sui contatti e sulle persone che potevano aver avuto accesso al canale.
Il caso di Trescore Balneario ebbe grande risonanza proprio per la combinazione tra l’età del ragazzo, la gravità dell’aggressione e la scelta di filmare e trasmettere la scena.
Le analogie con Roma sono evidenti: in entrambi i casi il protagonista ha 13 anni, la vittima è una professoressa, viene utilizzato un coltello e compare una componente audiovisiva legata ai social.
Non risultano però prove pubbliche di un collegamento diretto tra i due ragazzi. L’eventuale emulazione del caso bergamasco da parte del 13enne romano dovrà essere verificata attraverso gli accertamenti sul telefono e sulle attività online.
A 13 anni non si è imputabili: cosa prevede la legge italiana
Uno degli aspetti che ha riacceso il dibattito riguarda l’età del ragazzo.
In Italia, l’articolo 97 del Codice penale stabilisce che non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto 14 anni. Questo significa che un tredicenne non può essere sottoposto a un processo penale ordinario e non può ricevere una condanna penale come un adulto o come un minorenne che abbia già compiuto 14 anni.
La regola non significa, però, che il fatto venga ignorato o che non possano essere adottati provvedimenti.
Nel caso di un minore di 14 anni possono essere attivati interventi dell’autorità giudiziaria minorile, dei servizi sociali e delle strutture specializzate. Se il ragazzo viene ritenuto socialmente pericoloso, possono essere applicate misure di sicurezza, come il collocamento in una comunità o la libertà vigilata, secondo le condizioni previste dalla legge.
La differenza è quindi fondamentale: non imputabilità non significa assenza assoluta di conseguenze. Significa che non è possibile applicare una pena penale perché, sotto i 14 anni, la legge considera il minore non imputabile.
Diversa è anche la responsabilità civile. I genitori o il tutore possono essere chiamati a rispondere dei danni provocati dal minore secondo le regole del Codice civile, mentre la scuola e le autorità possono attivare misure di tutela, valutazione e presa in carico.
Per i ragazzi tra i 14 e i 17 anni la situazione cambia. In quella fascia d’età il minorenne può essere imputabile, ma deve essere accertata la capacità di intendere e di volere in relazione al fatto commesso. <Cite refs={[“turn0news0”,“turn0search5”]}/>
La percezione dell’impunità e il problema delle contromisure
La soglia dei 14 anni pone una questione delicata. È possibile che alcuni adolescenti conoscano, almeno in modo approssimativo, il fatto che prima di quella soglia non siano penalmente imputabili?
È una domanda che merita di essere approfondita, ma non può essere trasformata automaticamente in una certezza. Non abbiamo, al momento, elementi sufficienti per affermare che il ragazzo di Roma o quello di Bergamo abbiano agito proprio perché consapevoli di non poter essere processati.
Per dimostrarlo servirebbero dichiarazioni, messaggi, conversazioni o altri elementi che mostrassero una volontà esplicita di sfruttare la soglia anagrafica.
Resta però legittimo interrogarsi sulla possibilità che la percezione di non rischiare una condanna penale possa, in alcuni casi, ridurre il senso del limite. Un adolescente potrebbe sapere di non essere trattato come un adulto e interpretare questa condizione in modo distorto, soprattutto se vive in ambienti online nei quali la violenza viene presentata come una sfida o come un gesto di forza.
È proprio su questo punto che il dibattito sulle contromisure diventa importante.
Una risposta efficace non può consistere soltanto nell’abbassamento automatico dell’età dell’imputabilità. Occorre valutare anche la prevenzione, la presa in carico psicologica, il controllo degli accessi alle armi, la collaborazione tra famiglia e scuola e la capacità di intervenire davanti ai primi segnali di rischio.
Allo stesso tempo, quando un minorenne commette un fatto gravissimo, la società deve poter garantire una risposta concreta, tempestiva e proporzionata. Il fatto che non sia possibile applicare una pena penale non può tradursi in un’assenza di intervento.
Il punto è trovare un equilibrio tra tutela dei minori, sicurezza delle vittime e responsabilità educativa. Un ragazzo di 13 anni non può essere trattato automaticamente come un adulto, ma nemmeno può essere lasciato senza un percorso serio di valutazione, controllo e recupero.
Telegram, i gruppi chiusi e la violenza trasformata in spettacolo
Il punto più delicato di questa vicenda non è soltanto l’uso di un coltello in una scuola. È la possibile volontà di trasformare l’aggressione in un contenuto da mostrare a un pubblico.
Una diretta cambia la natura del gesto. L’aggressione non rimane più confinata al rapporto tra autore e vittima, ma viene preparata anche per essere vista da altre persone. Chi compie il gesto può cercare attenzione, approvazione, riconoscimento o una forma distorta di notorietà.
Nei gruppi chiusi, soprattutto quando vengono utilizzati pseudonimi e gli utenti non si conoscono personalmente, possono svilupparsi dinamiche particolari. Il gruppo può diventare un luogo nel quale condividere immagini di armi, video di pestaggi, messaggi di minaccia e contenuti che esaltano la vendetta.
Non esiste, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, un unico gruppo Telegram che gestisca tutti gli ambienti legati alla violenza giovanile. I gruppi possono essere creati dagli stessi adolescenti, amministrati da utenti più grandi oppure gestiti da persone che cercano di costruire comunità attorno a contenuti estremi.
Gli amministratori possono avere ruoli diversi. Alcuni si limitano a controllare gli ingressi e a moderare i messaggi. Altri possono invece selezionare i contenuti, alimentare un determinato linguaggio e favorire un ambiente nel quale la violenza viene considerata una prova di forza.
Per parlare di adescamento, reclutamento o istigazione servono però elementi specifici. Sarebbero necessari messaggi privati, pressioni, minacce, ricatti, ordini o contatti diretti che dimostrino un ruolo attivo di altri utenti.
La semplice presenza di un ragazzo in una chat non dimostra, da sola, che sia stato manipolato o spinto a compiere un’aggressione.
Perché filmare un’aggressione?
La scelta di filmare una violenza può avere motivazioni diverse.
In alcuni casi può essere legata al desiderio di ottenere attenzione e riconoscimento. Il protagonista non compie soltanto un gesto contro una vittima, ma costruisce una scena destinata a essere vista da altri.
La diretta può diventare una forma di spettacolarizzazione. Il ragazzo può cercare commenti, reazioni o approvazione da parte del gruppo, trasformando la violenza in una prova da esibire.
Un altro meccanismo possibile è quello dell’appartenenza. In una chat nella quale vengono esaltati comportamenti aggressivi, un adolescente può cercare di dimostrare di essere all’altezza degli altri membri, di non essere debole o di meritare attenzione.
La telecamera può quindi diventare parte della preparazione del gesto. Non è soltanto uno strumento per documentare ciò che è accaduto, ma può assumere un significato simbolico: “Voglio che qualcuno mi veda mentre lo faccio”.
Non è però possibile stabilire che questa sia stata la motivazione del ragazzo di Roma senza conoscere i contenuti del suo telefono, i messaggi precedenti e l’eventuale attività nel gruppo Telegram.
Le indagini italiane sui gruppi online
In Italia sono già state condotte indagini su gruppi Telegram frequentati anche da minorenni nei quali circolavano contenuti relativi ad armi, coltelli, molotov e materiali pericolosi.
Nel 2023, Polizia Postale e Digos svolsero accertamenti in diverse province, tra cui Avellino, Milano, Lecce, Pisa, Sassari, Nuoro e Treviso. Le indagini riguardavano chat e canali nei quali venivano condivisi contenuti estremi e messaggi potenzialmente pericolosi.
Un altro caso emerso in Campania ha riguardato un sedicenne accusato di propaganda e istigazione a delinquere attraverso canali Telegram con contenuti antisemiti e messaggi di incitamento alla violenza. Secondo quanto comunicato dalla Polizia, durante una perquisizione sarebbero stati trovati anche coltelli, asce e altri materiali.
Questi episodi dimostrano che alcuni ambienti digitali possono diventare luoghi di condivisione di contenuti pericolosi. Non dimostrano però l’esistenza di un’unica rete nazionale e non consentono di attribuire automaticamente a Telegram la responsabilità delle azioni commesse dai singoli utenti.
Il fenomeno all’estero: quando la violenza diventa una performance online
La violenza filmata o trasmessa online non è un fenomeno esclusivamente italiano.
In diversi Paesi sono stati documentati episodi di aggressioni, pestaggi, attacchi e minacce registrati per essere condivisi sui social. Anche all’estero bisogna distinguere tra un video ripreso casualmente, un filmato pubblicato dopo l’aggressione, una diretta destinata a un gruppo ristretto e un attacco preparato proprio per essere visto da un pubblico online.
Il tratto comune è la trasformazione della violenza in contenuto digitale. La vittima rischia di diventare soltanto un elemento della scena, mentre l’autore può cercare notorietà, approvazione o una reputazione all’interno della propria comunità virtuale.
In alcuni ambienti estremisti, la condivisione di immagini violente può diventare anche una forma di propaganda. Il video non serve soltanto a documentare un gesto, ma a provocare, intimidire o attirare nuovi utenti.
Non tutti questi casi, però, sono collegati a Telegram e non tutti presentano prove di reclutamento. Per parlare di una rete organizzata occorrono indagini specifiche che dimostrino chi gestiva i gruppi, quali messaggi venivano diffusi e se qualcuno avesse avuto un ruolo concreto nell’incoraggiare la violenza.
Coltelli, baby gang e adolescenti: episodi diversi che non possono essere confusi
I casi di Roma e Bergamo si inseriscono in un quadro più ampio nel quale compaiono aggressioni tra adolescenti, coltelli portati a scuola, risse, gruppi giovanili e contenuti violenti condivisi online.
Sarebbe però scorretto mettere tutti gli episodi sullo stesso piano. Un’aggressione nata da una lite, un episodio legato a una baby gang, un attacco preparato contro un insegnante e una violenza filmata per essere trasmessa possono avere cause completamente differenti.
Il rischio è parlare genericamente di “gioventù violenta” senza considerare le differenze tra i singoli casi. Gli episodi sono gravi e richiedono risposte concrete, ma non autorizzano a criminalizzare un’intera generazione.
La prevenzione deve riguardare sia la sicurezza scolastica sia l’educazione digitale. Occorre prestare attenzione a minacce, messaggi inquietanti, immagini di armi, ricatti e comportamenti che possano indicare una situazione di rischio.
Il ruolo dei media e degli spettatori
Quando un’aggressione viene filmata e condivisa, il danno può continuare anche dopo la fine dell’episodio. Le immagini possono essere salvate, rilanciate e commentate da un numero indefinito di persone.
Per questo è importante che i media valutino con attenzione se pubblicare un filmato originale. Mostrare integralmente un’aggressione può aumentare la notorietà dell’autore e provocare ulteriore sofferenza alla vittima.
Il diritto di cronaca deve essere accompagnato dalla responsabilità di non trasformare la violenza in intrattenimento. È possibile raccontare la presenza di una telecamera, l’ipotesi della diretta e il ruolo dei gruppi online senza diffondere immagini cruente o materiale che possa favorire l’emulazione.
Cosa dovranno chiarire gli investigatori
Nel caso di Roma, gli accertamenti dovranno stabilire se la diretta sia effettivamente partita, quale piattaforma fosse utilizzata e se altre persone fossero collegate.
Sarà inoltre necessario ricostruire i messaggi precedenti all’aggressione, verificare l’eventuale presenza del ragazzo in gruppi Telegram e capire se qualcuno lo abbia incoraggiato, provocato, minacciato o spinto a compiere il gesto.
Dovranno essere approfonditi anche il presunto debito scolastico, i rapporti con la professoressa, le eventuali tensioni maturate nell’anno precedente e il significato della telecamera montata sul caschetto.
Sarà importante verificare anche l’ipotesi di emulazione del caso di Bergamo e, soprattutto, capire se il ragazzo fosse consapevole della soglia dei 14 anni e se tale consapevolezza abbia avuto un ruolo nella sua condotta.
Solo dopo questi passaggi sarà possibile capire se l’episodio sia nato da un rancore personale, da una dinamica di emulazione, da una ricerca di visibilità digitale oppure dalla combinazione di più fattori.
La domanda che resta aperta
Il caso di Roma e quello di Bergamo presentano analogie difficili da ignorare: due ragazzi di 13 anni, due professoresse aggredite, due coltelli e una componente audiovisiva legata ai social.
Non è ancora dimostrato che esista un collegamento diretto tra i due episodi. Le dichiarazioni riferite durante Ore 14 sull’eventuale volontà di emulare il caso bergamasco rappresentano una pista da verificare, così come il possibile rancore legato al debito scolastico.
Resta anche aperta la questione della soglia dei 14 anni. La legge italiana stabilisce che un tredicenne non è penalmente imputabile, ma questo non significa che non possano essere adottate misure di sicurezza, interventi della giustizia minorile e percorsi di presa in carico.
La domanda è se l’attuale sistema riesca a intervenire in modo sufficientemente rapido quando un minorenne manifesta segnali di pericolosità, porta un’arma a scuola o prepara un’aggressione da filmare.
Non si può affermare senza prove che i ragazzi agiscano perché certi di essere impunibili. Ma è legittimo chiedersi se la percezione di non poter ricevere una condanna penale possa, in alcuni casi, contribuire ad abbassare il senso del limite.
Quando un adolescente pensa di filmare o trasmettere un’aggressione, il problema non riguarda più soltanto il rapporto tra studente e insegnante. Riguarda anche il pubblico invisibile dall’altra parte dello schermo, i gruppi online, la ricerca di approvazione e la possibilità che la violenza venga trasformata in una performance.
Per comprendere davvero questi episodi non basta chiedersi perché un ragazzo abbia aggredito una professoressa. Bisogna capire cosa accade prima del gesto, quali contenuti circolano nelle chat, chi li amministra, chi incoraggia e quale tipo di riconoscimento il protagonista pensa di ottenere.
La violenza scolastica non nasce necessariamente dai social. Ma quando viene filmata, trasmessa e condivisa, può diventare qualcosa di ulteriore: una performance digitale, una prova di appartenenza o un messaggio rivolto a un pubblico che gli investigatori dovranno identificare.
Fonti
ANSA; la Repubblica; Sky TG24; Corriere della Sera; RaiNews; Il Fatto Quotidiano; Ore 14; Polizia Postale; Digos; Ministero della Giustizia.



