Il 21 agosto 2017 la terra tremò alle 20:57. Oggi Casamicciola non è più quella notte, ma attraversando le zone colpite si incontrano ancora edifici lesionati, demolizioni, cantieri e immobili in ricostruzione. La macchina amministrativa ha prodotto finanziamenti, progetti e interventi, ma nove anni dopo una parte significativa della ricostruzione pubblica non è ancora arrivata alla conclusione. E il confronto con altre esperienze italiane e con il Giappone pone una domanda: quanto deve durare una ricostruzione prima che l’emergenza diventi normalità?
Alle 20:57 del 21 agosto 2017 la terra tremò a Casamicciola Terme.
Il terremoto, estremamente superficiale, ebbe una magnitudo intorno a 4 e provocò danni particolarmente concentrati nell’area settentrionale dell’isola. Le conseguenze furono drammatiche: due persone persero la vita e numerosi edifici subirono danni, compresi crolli parziali e totali. Le rilevazioni dell’INGV documentarono effetti particolarmente importanti proprio nell’area di Casamicciola.
Nove anni dopo siamo tornati nei luoghi di quella notte.
Le immagini realizzate oggi raccontano una Casamicciola diversa da quella del 2017, ma non ancora completamente liberata dalle conseguenze del terremoto.
Ci sono palazzi nei quali la ricostruzione è ormai evidente.
Ci sono cantieri.
Ci sono nuove opere e nuovi spazi.
Ci sono edifici che vengono demoliti perché la ricostruzione passa, in alcuni casi, proprio dalla loro cancellazione.
E ci sono ancora strutture che mostrano le ferite del sisma.
La fotografia del 21 agosto 2026 non è quella di una ricostruzione ferma. È quella di una ricostruzione ancora incompleta e, soprattutto, molto diversa da zona a zona.
La ricostruzione è partita. Ma cosa è stato realmente completato?
Dire che in nove anni non sia stato fatto nulla sarebbe semplicemente falso.
Gli atti ufficiali raccontano una macchina amministrativa che ha prodotto finanziamenti, progetti, affidamenti, demolizioni e cantieri.
Ma gli stessi atti permettono di capire anche quanto resta da fare.
La relazione annuale della Struttura commissariale aggiornata al febbraio 2026 fotografa 70 interventi di ricostruzione pubblica post-sisma. Di questi, 16 risultavano conclusi, 13 in corso, 31 ancora nella fase di affidamento dei lavori o di progettazione e 10 da avviare.
Sono numeri che non hanno bisogno di essere interpretati politicamente.
Parlano da soli.
A nove anni dal terremoto, una parte consistente degli interventi pubblici finanziati non era ancora arrivata alla fase conclusiva e, in numerosi casi, neppure al cantiere.
La stessa documentazione evidenzia inoltre la sovrapposizione tra la ricostruzione del terremoto del 2017 e gli interventi resi necessari dalla frana del 26 novembre 2022, che ha colpito nuovamente Casamicciola e modificato le condizioni di rischio di alcune aree.
È un elemento che non può essere ignorato.
Ma neppure può diventare una spiegazione universale.
Perché quando un territorio è ancora impegnato nella ricostruzione nove anni dopo un terremoto, la domanda inevitabile diventa un’altra:
quanto tempo serve ancora?
Quando ricostruire significa anche demolire
C’è un aspetto che rischia di sfuggire guardando soltanto le fotografie delle macerie.
Non tutte le demolizioni che oggi si vedono a Casamicciola rappresentano necessariamente un fallimento della ricostruzione.
In diversi casi sono, al contrario, una fase prevista dalla stessa strategia di ricostruzione.
Il sistema commissariale ha infatti previsto interventi di demolizione per gli edifici gravemente danneggiati dal terremoto, compresi immobili che non possono essere semplicemente riparati e restituiti alla loro funzione originaria.
Esiste un piano specifico per la demolizione dei fabbricati gravemente danneggiati, con interventi distribuiti in diverse zone di Casamicciola, tra cui Piazza Maio, via Montecito, via Cuccufriddo, Piazza Bagni e via Spiezieria.
Questo significa che una ruspa che oggi abbatte un edificio non racconta necessariamente una ricostruzione bloccata.
Può raccontare una ricostruzione finalmente arrivata alla fase della demolizione.
Ma anche qui emerge una domanda legittima:
quanto tempo è trascorso tra il terremoto e l’abbattimento di quegli edifici?
E soprattutto:
quanto ne passerà ancora prima che al posto di ciò che viene demolito esista una soluzione definitiva?
La differenza tra queste due domande è essenziale.
La prima misura la capacità amministrativa di arrivare alla decisione.
La seconda misura la capacità di trasformare quella decisione in un risultato concreto.
Case e attività che non torneranno più dove erano prima
La ricostruzione di Ischia non consiste soltanto nel riparare quello che il terremoto ha danneggiato.
In alcuni casi significa spostare.
L’Ordinanza commissariale n. 24 del 21 luglio 2023 ha disciplinato la delocalizzazione volontaria degli immobili a uso abitativo e produttivo gravemente danneggiati o distrutti dal sisma.
La logica è semplice: se ricostruire nello stesso luogo significa mantenere persone e attività in condizioni di rischio non accettabili, l’alternativa può essere la demolizione dell’immobile e il trasferimento della funzione altrove.
Negli anni sono stati adottati diversi provvedimenti di delocalizzazione, riguardanti abitazioni e attività produttive. Tra gli immobili interessati figurano anche strutture destinate ad attività ricettive.
È un passaggio che cambia radicalmente il significato della parola “ricostruzione”.
Per una famiglia, infatti, ricostruire non significa necessariamente ricostruire la stessa casa nello stesso punto.
Per un’attività alberghiera significa potenzialmente perdere la sede originaria e dover trovare una nuova collocazione.
Per il territorio significa ridisegnare pezzi di Casamicciola.
Un esempio particolarmente significativo riguarda l’area dell’ex Ibsen, dove è stato previsto un intervento di rigenerazione e delocalizzazione con la realizzazione di nuove unità abitative destinate ai proprietari degli immobili interessati dal processo.
In questo caso la sequenza è completamente diversa da quella della ricostruzione tradizionale:
edificio danneggiato → demolizione → delocalizzazione → nuova area → nuova abitazione.
Non è soltanto una ricostruzione.
È una trasformazione urbanistica.
Ed è anche per questo che i tempi possono allungarsi.
Ma proprio per questo diventano ancora più importanti la programmazione e la capacità dello Stato di coordinare tutti i passaggi.
Il caso Manzoni: nove anni dopo, un edificio simbolo ancora dentro la procedura
Tra gli edifici che abbiamo documentato oggi c’è l’ex plesso scolastico A. Manzoni.
La struttura è ancora visibilmente segnata.
Ma anche qui bisogna separare ciò che appare a un passante da ciò che raccontano gli atti.
Il Manzoni non è stato semplicemente abbandonato.
Nel 2025 è stato approvato il progetto esecutivo per il recupero e l’adeguamento sismico e funzionale dell’edificio.
Nel frattempo è cambiata anche la sua destinazione.
L’immobile non è destinato a tornare a essere una scuola: il progetto prevede che diventi la nuova sede municipale di Casamicciola, con la possibilità di ospitare anche il Centro operativo comunale.
Il progetto ha un contributo commissariale di 4.584.183,07 euro, con un cofinanziamento di 2 milioni di euro da parte del Dipartimento Casa Italia. Nel 2026 sono inoltre state disposte ulteriori erogazioni relative all’intervento.
Nel gennaio 2026 è stato aggiudicato il servizio di direzione dei lavori.
Ma il dato più importante resta quello contenuto nella documentazione ufficiale sulla ricostruzione: nel quadro aggiornato al febbraio 2026 l’intervento risultava ancora nella fase di affidamento dei lavori, con un avanzamento indicato al 10%.
E qui emerge la contraddizione che forse più di tutte racconta la ricostruzione di Casamicciola.
Sulla carta ci sono il progetto, il finanziamento, gli atti e le procedure.
Sul posto, nove anni dopo il terremoto, c’è ancora un edificio che porta visibilmente i segni di quella notte.
Non significa che nessuno abbia lavorato.
Significa che il tempo amministrativo e il tempo della vita reale non coincidono.
Per chi firma un decreto, un procedimento può essere una tappa.
Per chi aspetta di tornare a utilizzare un edificio, sono anni.
E allora bisogna guardare fuori da Ischia
La domanda è inevitabile: i tempi di Casamicciola sono davvero inevitabili?
Per rispondere bisogna confrontare esperienze diverse.
Non per costruire la favola di un Nord efficiente contro un Sud inefficiente.
E neppure per sostenere che il Giappone sia un Paese senza burocrazia.
Sarebbe una lettura troppo semplice.
Il confronto serve a capire come sono state organizzate le ricostruzioni.
Emilia-Romagna: dentro lo stesso Paese, un altro risultato
Il caso più interessante è probabilmente quello dell’Emilia-Romagna.
Il terremoto del 2012 colpì circa 60 comuni e provocò danni a decine di migliaia di edifici, oltre a coinvolgere pesantemente abitazioni, imprese, scuole, edifici pubblici e patrimonio culturale.
A maggio 2026, a quattordici anni dal sisma, la Regione comunica che la ricostruzione privata è ormai completata: circa 20mila abitazioni ripristinate, 28mila persone rientrate nelle proprie case, 6.800 attività produttive e 3.300 imprese industriali e agricole tornate operative.
L’investimento complessivo è stato di circa 8 miliardi di euro, oltre 7 dei quali già liquidati.
La ricostruzione pubblica e quella del patrimonio culturale non sono però completamente concluse. E nel 2026 il territorio è passato dalla fase emergenziale alla nuova disciplina della ricostruzione di rilievo nazionale.
Quindi anche l’Emilia non è una storia di “tutto finito”.
Ma la differenza è evidente: a quattordici anni dal terremoto, sul fronte privato il processo è stato sostanzialmente completato.
Non è un modello perfetto.
È però una dimostrazione concreta che, in Italia, è possibile costruire una macchina della ricostruzione capace di arrivare a risultati misurabili su larga scala.
E soprattutto l’Emilia ha fatto una cosa che dovrebbe interessare molto anche Ischia: ha investito sulla tracciabilità del processo, attraverso strumenti digitali e sistemi di monitoraggio che consentono di seguire interventi, territori e stato di avanzamento.
Friuli: quando il sistema viene costruito attorno alla ricostruzione
Ancora più lontano nel tempo c’è il Friuli.
Dopo il terremoto del 1976 venne costruito quello che è diventato noto come Modello Friuli: un sistema nel quale Regione e Comuni assunsero un ruolo molto forte, con una legislazione specifica e un’organizzazione orientata a trasferire rapidamente le decisioni sul territorio.
Non fu una ricostruzione priva di problemi e non si concluse magicamente in pochi anni.
Ma rimane uno degli esempi italiani più studiati proprio per la capacità di costruire un sistema amministrativo dedicato alla ricostruzione, anziché affidare un’emergenza straordinaria alla sola somma delle procedure ordinarie.
Ed è questa la lezione interessante.
Non necessariamente “fare meno controlli”.
Ma organizzare meglio i controlli.
Non eliminare le amministrazioni.
Ma evitare che una decisione debba attraversare una quantità eccessiva di passaggi prima di diventare un cantiere.
Giappone: la ricostruzione come macchina nazionale
Poi c’è il Giappone.
Il confronto è naturalmente impari per dimensione del disastro.
L’11 marzo 2011 il terremoto del Tōhoku, lo tsunami e la successiva crisi nucleare di Fukushima produssero una catastrofe enormemente superiore a quella di Ischia.
Eppure il Giappone fece una scelta amministrativa precisa.
Nel 2012 istituì la Reconstruction Agency, direttamente collegata al Governo centrale e definita dalla stessa amministrazione giapponese come la “control tower” del processo di ricostruzione.
Il Governo stabilì inoltre un orizzonte di dieci anni per la ricostruzione, fino al 2020, articolando il percorso in una prima fase intensiva e in una seconda fase dedicata alla ricostruzione e alla rivitalizzazione.
Questo non significa che in Giappone tutto sia stato risolto in dieci anni.
Non è così.
La ricostruzione ha avuto tempi diversi nelle varie aree e Fukushima rappresenta una vicenda ancora molto complessa.
Ma il principio amministrativo è interessante:
un disastro straordinario viene affrontato attraverso una struttura straordinaria, con una responsabilità di coordinamento chiaramente individuata e un orizzonte temporale dichiarato.
Non si tratta di importare il Giappone a Casamicciola.
Si tratta di porsi una domanda:
l’Italia ha costruito una macchina altrettanto efficace per trasformare rapidamente decisioni, risorse e progetti in risultati?
Il vero problema non è soltanto quanti soldi sono stati stanziati
È qui che il confronto diventa davvero utile.
Perché dopo un terremoto è relativamente facile comunicare quanto denaro è stato messo a disposizione.
Molto più difficile è misurare cosa quel denaro abbia prodotto.
Quante case sono tornate disponibili?
Quante famiglie sono rientrate?
Quanti edifici pubblici sono stati riconsegnati?
Quanti cantieri sono stati aperti?
Quanti sono stati conclusi?
Quanto tempo passa mediamente tra il finanziamento e l’apertura dei lavori?
E soprattutto:
quanto tempo passa tra il terremoto e il ritorno alla normalità?
Sono queste le metriche che interessano davvero chi vive sul territorio.
Perché una famiglia non vive dentro un decreto.
Un’attività economica non riapre grazie a una determina.
Una scuola non torna a funzionare perché è stato approvato un progetto esecutivo.
Il risultato finale arriva quando il cantiere è terminato e l’edificio può tornare a essere utilizzato.
E questa è la distanza che le immagini di Casamicciola, nove anni dopo, continuano a mostrare.
Non è una storia contro il Comune. È una domanda sul sistema
Attribuire tutto a un’amministrazione comunale sarebbe troppo facile.
La ricostruzione di Ischia coinvolge una pluralità di livelli istituzionali e tecnici: struttura commissariale, Stato, Regione, Comuni, Soprintendenza, Autorità di bacino e altri soggetti.
Inoltre, la frana del 2022 ha modificato il quadro di rischio e ha sovrapposto una seconda emergenza alla prima.
Negli ultimi anni sono stati approvati strumenti specifici per accelerare la ricostruzione e nel 2025 è arrivato il Piano di Ricostruzione dei Comuni interessati dal sisma e dagli eventi calamitosi successivi.
Non sarebbe quindi corretto attribuire a un singolo soggetto la responsabilità di ogni ritardo.
Ma proprio perché le responsabilità sono distribuite, diventa necessario capire dove il meccanismo si inceppa.
Se un progetto è finanziato ma non è ancora arrivato ai lavori, bisogna chiedere quale passaggio manca.
Se un edificio deve essere demolito, bisogna sapere perché la demolizione arriva dopo determinati anni e quale sia il progetto successivo.
Se un’attività viene delocalizzata, bisogna capire quando sarà effettivamente disponibile la nuova sede.
Se una famiglia riceve un contributo, bisogna sapere quando potrà realmente rientrare nella propria abitazione.
Questa è la vera verifica della ricostruzione.
Non il numero degli atti prodotti.
Il risultato che quegli atti riescono a produrre sul territorio.
Nove anni dopo, Casamicciola è ancora un Paese in trasformazione
Oggi Casamicciola non è un Paese fermo.
E sarebbe scorretto raccontarlo così.
Ci sono opere realizzate.
Ci sono palazzi in ricostruzione.
Ci sono demolizioni che fanno parte di un processo programmato.
Ci sono progetti finanziati.
Ci sono nuove opere pubbliche.
Ma ci sono anche edifici ancora segnati dal terremoto.
Ci sono interventi ancora in fase di progettazione o affidamento.
Ci sono immobili che devono essere delocalizzati.
Ci sono procedure che devono ancora trasformarsi in cantieri.
E ci sono edifici pubblici che, nove anni dopo quella notte, non hanno ancora recuperato una funzione.
Il nostro viaggio di oggi racconta esattamente questo.
Prima i cantieri.
Poi le demolizioni.
Poi i nuovi spazi.
Infine il panorama dal belvedere.
E, ruotando l’inquadratura, ancora il Manzoni.
Un edificio che avrebbe dovuto essere una scuola e che oggi è destinato a diventare altro, mentre il suo recupero resta dentro un percorso amministrativo ancora in corso.
È una fotografia, non una sentenza.
Ma è una fotografia che pone una domanda difficile da evitare.
Nove anni sono tanti o sono pochi per ricostruire dopo un terremoto?
La risposta dipende dalla complessità dell’intervento.
Ma il confronto con altre ricostruzioni dimostra che esistono sistemi capaci di misurare, organizzare e accelerare maggiormente questo processo.
E allora, nove anni dopo il 21 agosto 2017, la domanda non è soltanto:
quanto è stato fatto?
È:
quanto manca ancora?
Perché alla fine la ricostruzione non si misura contando decreti, ordinanze o milioni stanziati.
Si misura quando una persona può finalmente aprire la porta di casa, entrare in una scuola, riaprire un’attività o attraversare una strada senza vedere più davanti a sé la traccia di quella notte.
A Casamicciola, nove anni dopo, quel momento per tutti non è ancora arrivato.
Fonti e documentazione utilizzata
- INGV – documentazione scientifica sul terremoto di Casamicciola del 21 agosto 2017.
- Struttura commissariale Ischia – decreti e documentazione ufficiale sulla ricostruzione e sulle delocalizzazioni.
- Struttura commissariale – documentazione relativa all’ex plesso Manzoni, al finanziamento e all’iter dell’intervento.
- Regione Emilia-Romagna – stato della ricostruzione del sisma 2012, aggiornamento 2026.
- Regione Emilia-Romagna – strumenti di monitoraggio della ricostruzione.
- Reconstruction Agency, Governo del Giappone – struttura, tempi e risultati della ricostruzione post-Tōhoku.



